Big Data e Intelligenza Artificiale: cosa cambierà per i consumatori?

Intervista a Mario Rasetti, presidente e cofondatore della Fondazione ISI

La Redazione
Content Intelligence Network

Li chiamano Big Data.

Ogni anno nel mondo solo con le telecomunicazioni produciamo un numero di byte equivalente a scrivere 340 miliardi di volte “Guerra e pace” e questa tendenza sta subendo un’accelerata pazzesca.

Ma che sta succedendo? Mario Rasetti, presidente e co-fondatore della Fondazione ISI, ha sottolineato, a fronte del rischio di Content Shock (quando la capacità di produzione dei contenuti arriva a superarne il consumo), l’importanza di capire l’attuale contesto digitale.

Il fattore abilitante è la connettività aumentata nel giro di pochi anni. Nei prossimi cinque anni il mondo sarà coperto da 150 miliardi di dispositivi che comunicheranno tra loro e con gli esseri umani e il tempo di raddoppio dei dati scenderà da un anno a 12 ore. È positivo? È negativo? Potrebbe essere visto come un più democratico accesso alla conoscenza ma anche come una minaccia per la privacy, con il rischio che i dati vengano usati dalle macchine per pilotarci come consumatori.

Certo, li chiamano Grandi Dati ma la quantità è un falso problema. La vera sfida è interpretare (e usare) nel migliore dei modi - diciamo in quello più etico - questo tesoretto di informazioni. Il come lo chiediamo al luminare Rasetti, intervistato in occasione dell’evento Segnavie.

 

D: Perché si parla di tsunami della rivoluzione digitale? Le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro modo di confrontarci con la realtà?

R: Al giorno d’oggi ci troviamo di fronte a una società di umani che hanno un’estensione elettronica, ovvero comunicano tra loro sfruttando delle protesi tecnologiche. Pensate a quanto, in poco tempo, sia cresciuta la connettività delle persone grazie al fatto che abbiano in tasca uno smartphone e a come siano cambiate in poco tempo le scale di valori.  Si tratta di una rivoluzione culturale dagli effetti immensi e la prossima “tappa” sono i dati e l’Intelligenza Artificiale.

Quando si parla di AI si tende a paragonarla all’intelligenza umana ma per me è insensato perché la nostra intelligenza è animata, oltre che dai cosiddetti processi “intelligenti”, da una miriade di cose correlate tra cui l’interazione col mondo, con il know-how che ci costruiamo e così via, fattori spesso incomputabili. È per questo che dobbiamo utilizzare la connettività offerta dalle protesi tecnologiche per mettere in rete i nostri cervelli per il bene collettivo, ovvero la sopravvivenza della specie.

 

D: Qual è il rapporto che intercorre in termini di business tra l'interpretazione dei dati operata dall’Intelligenza Artificiale e il coinvolgimento dell'utente?

R: L’Intelligenza Artificiale può certamente portare dei vantaggi a livello economico e in termini di efficienza operativa ma rischia di metterci di fronte a situazioni molto complesse. In questo momento la situazione è questa: di 7,2 miliardi di persone 5,1 posseggono un cellulare e 2 miliardi e mezzo di essi lo usano per accedere in Rete. Nei prossimi 7 anni altri 3 miliardi di persone accederanno a Internet e di questi almeno 1,3 saranno analfabeti funzionali.

Il nocciolo della questione sta qui: che linguaggio si inventerà Internet per comunicare con costoro? Li porterà a migliorare la loro vita o li trasformerà in consumatori ottusi internet-pilotati? Se Internet sfruttasse i dati personali di un utente per sconfiggere una malattia rara o combattere il terrorismo potrebbero esserci delle garanzie etiche, cosa che è più difficile assicurare quando i dati vengono utilizzati per fare di un utente un consumatore, instillandogli nella testa in modi non molto eticamente corretti la voglia di comprare.

Per chi deve vendere l’analisi dei Big Data è di sicuro vantaggiosa. Per fare un esempio Amazon e i suoi suggerimenti d’acquisto, che trovano molto riscontro in termini di vendite, potrebbero essere visti come una piccola coartazione della volontà. Amazon pone ancora una scelta, ma io sono preoccupato per quelle situazioni in cui la si pilota senza che vi sia anche solo questa possibilità (cfr. scandalo Cambridge Analytica)

Non c’è analisi dei dati buona o cattiva, dipende da chi la fa e con quali obiettivi: di sicuro è uno strumento poderoso per entrambe le parti, sia per chi vende sia per chi compra. Il problema è soprattutto etico, esiste una sorta di dicotomia tra la libertà e il rischio di avere un condizionamento senza precedenti nelle nostre teste. Bisogna evitare, infatti, che vi siano usi scorretti dei dati.

 

Come creare relazioni significative tra Brand e persone

A fronte della riflessione del dottor Rasetti, noi di CI.net salutiamo con gioia quei brand che hanno sposato la filosofia dell’Invertising (è stata teorizzata da Paolo Iabichino), che consiste nel percepire il consumatore non più come un target, come un obiettivo da centrare bensì come un pubblico con cui interloquire e dialogare. Ma per interloquire bisogna conoscere e ascoltare chi ci sta di fronte e in questo caso la Content Intelligence (CI) può darci una grossa mano.

La CI è quella capacità di comprendere grazie ad algoritmi AI il contesto completo di ogni contenuto a partire da una classificazione degli asset tramite etichette (tag), da correlare poi agli utenti che ne hanno fruito. In questo modo quello che ne risulta sono dati in tempo reale sugli interessi degli utenti, che possono essere impiegati per rendere le esperienze utente sempre più vicine a quello che vanno cercando. 

Quello che si fa, ovvero andare a personalizzare la customer experience in nome degli interessi rilevati, è un’operazione che fa sentire a suo agio il consumatore, soddisfatto nei suoi bisogni e quindi desideroso di proseguire il rapporto con il marchio fino alla conversione finale. I dati raccolti, quindi, vengono usati a beneficio dell’utente.

Tra l’altro le soluzioni tecnologiche che integrano la CI sono pure rispettose della privacy dei visitatori. Il perché te lo spieghiamo qui.