Intelligenza Artificiale, come evitare il rischio “divide”

Intervista a Guido Di Fraia, Direttore dell’Osservatorio IULM AI&Marketing

Guido Di Fraia
Direttore scientifico dell'Osservatorio IULM AI&Marketing

Uno scenario di ancora scarsa consapevolezza, contraddistinto da un “AI-Divide”: questo è quanto emerge dalle risposte delle 128 aziende coinvolte nell’indagine “Livello di adozione e utilizzo dell’AI da parte delle aziende italiane per attività di Marketing e Comunicazione” realizzata dall’Osservatorio italiano sull’Artificial Intelligence Marketing e promossa dall’Executive Master IULM in Data Management& Business Analytics -DMBA per sondare il livello di maturità nazionale a riguardo delle effettive declinazioni dell’AI negli ambiti sopracitati.  

I dati della ricerca condotta dall’Osservatorio IULM, che possono essere scaricati qui, hanno rivelato che solo il 20% del campione dichiara l’effettiva adozione di soluzioni di Intelligenza Artificiale e, di questo, soltanto l’8% a livello “maturo” o “adulto”, con il restante 92% che si sente di essere in una fase ancora precoce. Noi di Content Intelligence Network, da sempre attenti ai modi con cui l’AI può aiutare i brand a interagire con i clienti, abbiamo voluto approfondire l’argomento con Guido Di Fraia, docente IULM di Strategie e tecniche di Marketing digitale e direttore scientifico dell’Osservatorio AI Marketing,


D: La ricerca ha evidenziato un vero e proprio “AI-Divide”. Cosa si intende con questa espressione e quali sono le principali barriere che ostacolano l'adozione di soluzioni tecnologiche in azienda? 

R: Dalla ricerca realizzata dall’Osservatorio è emerso che le soluzioni tecnologiche AI sono ancora poco conosciute presso le aziende italiane ma allo stesso tempo si è riscontrato da parte loro, soprattutto negli ambiti del Marketing e della Comunicazione, un interesse notevole. Ci stiamo muovendo nella direzione giusta ma bisogna sopperire alla scarsa comprensione di cosa può effettivamente fare l’AI. Le aziende più avanzate – e quindi più flessibili – hanno colto le potenzialità insite e il valore aggiunto offerti da queste soluzioni e le stanno sperimentando con successo. Il restante delle aziende, la maggior parte del campione analizzato, invece risulta in una fase di “apprendista”, ovvero si trova in un momento in cui c’è bisogno di chiarirsi le idee, di capire come effettuare gli investimenti giusti e se vi sarà un ritorno e questa stasi rallenta le possibilità di innovarsi. Questo è un settore ad alta velocità con protagoniste tecnologie che si stanno sviluppando in maniera molto rapida e quindi non affrontarle da subito nel modo giusto si rischia di generare quello che abbiamo definito un “Divide” non solo dal punto di vista digitale ma anche di utilizzo di soluzioni avanzate di analisi dei dati. Questo rischia di essere un pericolo grave per l’economia italiana: questa “frattura” penalizzerebbe la nostra competitività sui mercati internazionali, soprattutto nel caso delle piccole e medie imprese che fanno più fatica a innovarsi.


D: A breve la IULM darà vita a un Laboratorio di Intelligenza Artificiale. Vuole spiegarci di cosa si tratta, come sarà strutturato e quali saranno gli obiettivi di questa iniziativa?

R: Si tratterà di una struttura di ricerca e di consulenza a supporto delle imprese per aiutarle a capire meglio i benefici e le applicazioni che l’AI può offrire, soprattutto nel campo del Marketing e della Comunicazione che è specifico della nostra università. Lo scopo è quello di fare formazione ad ampio ventaglio, sia di tipo manageriale per far comprendere ai decision-makers i vantaggi di queste tecnologie di Marketing data-driven, sia di carattere più tecnico per favorire l’implementazione in azienda di soluzioni AI e può trovare spazio dalla consulenza alla co-progettazione fino allo sviluppo che può avvenire direttamente nel Laboratorio o con il supporto delle società partner o nei progetti più importanti a stretto contatto con i grandi player che detengono queste tecnologie come IBM, Microsoft.

 

D: Secondo Lei perché, se si vuole essere competitivi al giorno d'oggi, bisogna essere aziende “data-driven” e qual è il ruolo dell'AI nel processo di trasformazione dei dati in valore?

R: L’approccio ai dati “classico” è di tipo descrittivo, ovvero si raccolgono dati per comprendere cosa è successo, dove si è sbagliato e i margini di miglioramento. L’AI, invece, per dirla in maniera semplificata, consente di adottare un approccio ai dati di tipo predittivo, ovvero consente di immaginare cosa succederà in futuro: l’analisi di dati fatta da algoritmi molto potenti riesce, infatti, a individuare opportunità che una “normale” esplorazione dei dati non consentirebbe di fare. L’AI, infatti, analizza grandi moli di dati e riesce a fare una previsione, per fare un esempio potrebbe evidenziare i trend socio-culturali, capire se in base agli input dati un prodotto è adatto o meno a un certo tipo di consumatori. Rispetto al passato, i dati che vengono analizzati non sono solo di tipo numerico ma anche non strutturati come le conversazioni del call center, le immagini etc., ovvero tutto quello che può essere letto e interpretato dalla macchina.

 

D: Con il termine Content Intelligence si indicano quei sistemi e software AI che misurano le performance dei contenuti dalla fruizione che ne fanno gli utenti. Secondo Lei quali sono i vantaggi di applicare l'AI al Content Marketing?

R: Grazie all’AI siamo in grado di interpretare in maniera previsionale gli interessi delle persone non più in forma aggregata bensì individuale e sappiamo così fornire agli utenti destinatari quello che è il contenuto giusto al momento giusto attraverso il canale giusto. Queste piattaforme AI riescono ad arrivare a livelli di personalizzazione dei contenuti molto elevati proprio sulla base dell’analisi del comportamento e dell’atteggiamento che l’utente ha manifestato nei confronti di quest’ultimi. In questo modo le aziende riescono ad acquisire un vantaggio competitivo che è l’attenzione, cioè il cogliere l’attimo del visitatore. Gli utenti, infatti, sono talmente oberati di contenuti che non li notano nemmeno più per cui le macchine ci aiutano a generare singoli contenuti interessanti per ogni persona e a ottimizzare le nostre possibilità di comunicazione e relazione.